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Finanziamento all’istruzione: quanto investe l’Italia?

16 Novembre 2018

È stato di recente pubblicato Education at a Glance 2018, il rapporto annuale dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE). Lo studio fornisce una serie di informazioni sullo stato dei finanziamenti all’istruzione nei paesi aventi un sistema di Governo di tipo democratico e un’economia di mercato. Secondo le statistiche raccolte, l’Italia è tra i Paesi europei che spendono meno per i finanziamenti nella scuola. Vediamo alcuni dettagli.

I dati sugli investimenti nella scuola e nell’università

Secondo gli ultimi rilevamenti dell’OCSE, la spesa per l’istruzione in Italia risulta essere sotto la media per tutti i livelli educativi, in maniera più marcata per quanto riguarda i percorsi di laurea e post-laurea. L’analisi tiene conto sia degli stanziamenti da fondi pubblici che di quelli derivanti da fondi privati.

In particolare, i ricercatori dell’OCSE hanno calcolato la variazione nel finanziamento all’istruzione dal 2010 al 2015. Nel periodo successivo alla crisi, tutte le principali nazioni – compresa l’Italia – hanno effettuato tagli all’istruzione. Dal 2011 in avanti, però, il nostro paese è stato tra quelli in cui la spesa per scuola e università è calata maggiormente. Ciononostante le statistiche dimostrano che nell’ultimo quadriennio la spesa globale per la scuola è aumentata di 3 miliardi di euro (da 47 a 50 miliardi circa), un cambiamento che coincide temporalmente con la lenta ripresa dell’economia italiana e che apre le porte per un corrispondente aumento degli investimenti nel settore scolastico dopo che per anni si sono verificati tagli nel settore.

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Il DDL Buona Scuola e le recenti riforme in ambito di istruzione

Va da sé che una delle priorità di un paese civile e moderno dovrebbe essere proprio l’istruzione. Nonostante non esistano pubblicazione che parlano dei benefici di un’istruzione pubblica di qualità superiore (complice, con ogni probabilità, la difficoltà nel mettere in correlazione la miriade di fattori in causa), è chiaro che investire nel sistema scolastico e universitario assicura vantaggi concreti da più punti di vista. Pensiamo solo alla possibilità di formare un capitale umano cresciuto nel paese Italia e quindi consapevole delle peculiarità del mercato nazionale a dispetto di risorse provenienti dall’estero. Ma pensiamo anche allo speculare problema della fuga di cervelli e alla mancanza cronica di know how per affrontare le sfide tecnologiche e competitive di oggi.

Emblematico è il fatto che i paesi europei dove si investe di più in Ricerca & Sviluppo siano la Germania (2,83%) e la Svezia (3,25%), paesi non a caso fra i più competitivi in Europa. Nell’ultimo periodo si è cercato di porre rimedio alle lacune italiane in molti modi. Una delle soluzioni più importanti è stato il DDL “Buona Scuola”, provvedimento che mette al centro l’autonomia scolastica fornendo gli strumenti finanziari e operativi per realizzarla. Detta altrimenti, più fondi (viene raddoppiato il Fondo di funzionamento delle scuole) e più risorse umane.

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Nel dettaglio il DDL “Buona Scuola” prevede diverse azioni che vanno al di là del mero aumento del Fondo Finanziamento della Scuola. Tra queste un piano scolastico dedicato all’edilizia, una card di 500 euro per ciascun insegnante da spendere per l’acquisto di materiale, corsi o eventi culturali, e ancora un investimento di 40 milioni annui per la formazione dei docenti che diventa strutturale e basata su priorità nazionali. Secondo i programmi del DDL, inoltre, le Università dovranno andare incontro a processi di autofinanziamento volti a promuovere collaborazioni con istituzioni pubbliche e private allo scopo di sostenere la formazione continua degli insegnanti. L’offerta formativa dovrà diventare, pertanto, sempre più interdisciplinare attraverso un processo di internazionalizzazione dell’Università.

A fronte di questi sforzi e dei potenziali benefici che potrebbero derivare da un aumento dei finanziamenti per l’istruzione, la situazione italiana rimane arretrata rispetto alla media OCSE. Se consideriamo ad esempio l’intervallo temporale 1991 – 2014, notiamo che l’anno con gli investimenti maggiori è stato per l’Italia il 2013 (1,31% del PIL). Ebbene, nello stesso anno la media europea dei 15 principali paesi si è attestata al 2,07%, mentre la media OCSE al 2,35%, quasi il doppio di quanto investito in Italia.

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