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Autonomia in pensione: da “faccio io” a “decido io”

È successo anche a te. Ad un certo punto hai iniziato a chiedere una mano, prima per una cosa, poi magari per un’altra. Questo perché con l’avanzare dell’età alcuni gesti che abbiamo sempre dato per scontati possono diventare meno semplici. Ed è qui che spesso compare una parola che mette un po’ a disagio: dipendenza. Ne parliamo approfonditamente in questo articolo.

Avere bisogno di qualcuno per alcune attività viene spesso vissuto come il contrario dell’essere autonomi. Eppure le due cose non coincidono necessariamente.

Perché l’autonomia non consiste nel riuscire a fare tutto senza l’aiuto di nessuno. Consiste soprattutto nel poter continuare a scegliere.

Dove vivere. Come organizzare la propria giornata. Chi frequentare. Come muoversi. A chi chiedere aiuto e per cosa.

In altre parole, con il passare degli anni la vera sfida potrebbe non essere continuare a dire “faccio tutto io”, ma riuscire a dire ancora, con serenità, “decido io”.

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L’autonomia non si perde tutta insieme

Quando immaginiamo la perdita di autonomia tendiamo a pensarla come un interruttore: prima siamo indipendenti, poi improvvisamente non lo siamo più.

Nella vita reale, nella maggior parte dei casi, il cambiamento può essere molto più graduale.

Comincia dalle piccole cose.

Le scale sembrano più ripide. Le confezioni più difficili da aprire. Una commissione dall’altra parte della città richiede più organizzazione. Fare una grande spesa da soli diventa faticoso. Una casa perfetta per i 50 anni può rivelarsi meno comoda a 75.

Il rischio è aspettare che una difficoltà diventi un problema prima di intervenire.

Ma c’è un altro modo di guardare alla questione: adattare ciò che ci circonda mentre cambiamo noi.

Non è una resa. È esattamente quello che facciamo durante tutta la vita.

Quando nasce un figlio cambiamo l’organizzazione della casa. Quando iniziamo un nuovo lavoro cambiamo le nostre giornate. Quando ci trasferiamo impariamo nuove abitudini.

Perché con l’età dovrebbe essere diverso?

Una casa che lavora con te, non contro di te

Partiamo dal luogo in cui trascorriamo buona parte del nostro tempo: casa.

Siamo abituati ad adattarci noi agli spazi. Con il passare degli anni può essere utile cominciare a fare anche il contrario.

A volte non servono grandi interventi. Una luce migliore in un corridoio, gli oggetti di uso quotidiano spostati su ripiani facilmente raggiungibili, un bagno più pratico, tappeti e ostacoli eliminati dai punti di passaggio possono rendere la quotidianità più semplice.

Sono dettagli?

Sì. Ed è proprio questo il bello.

Proteggere la propria autonomia spesso comincia prima che ce ne sia davvero bisogno.

Un oggetto che non devi più prendere salendo su una sedia è una piccola difficoltà eliminata. Una casa più semplice da vivere significa meno occasioni in cui dover chiedere aiuto.

L’obiettivo non dovrebbe essere trasformare la propria abitazione in un luogo che ricorda continuamente l’età che avanza.

Al contrario: dovrebbe diventare uno spazio che ci permette di pensarci il meno possibile.

Chiedere aiuto può essere una forma di indipendenza

C’è una frase che molti pronunciano con orgoglio:

“Finché posso, faccio tutto da me.”

È comprensibile. Essere autonomi è una condizione legata alla nostra identità, alla sensazione di avere il controllo della propria vita.

Ma c’è una domanda interessante da farsi: fare tutto da soli è sempre sinonimo di autonomia?

Se per dimostrare di non aver bisogno di nessuno rinunciamo a uscire, a fare qualcosa che ci piace o a vedere le persone, forse stiamo ottenendo l’effetto opposto.

Accettare un passaggio per andare al cinema non ci rende meno indipendenti se l’alternativa è restare a casa.

Farsi consegnare una spesa pesante non significa rinunciare alla propria autonomia.

Chiedere a qualcuno di occuparsi di ciò che è diventato faticoso può lasciare energie e libertà per tutto il resto.

La domanda, allora, cambia.

Non più: “Riesco ancora a fare tutto da ma?”

Ma: “Come posso continuare a fare le cose che contano per me?”

Ed è un cambio di prospettiva enorme.

Anche la tecnologia può restituire piccoli pezzi di libertà

La tecnologia viene spesso raccontata alle persone più anziane come qualcosa da imparare per non “restare indietro”.

Forse sarebbe più utile raccontarla per quello che può fare concretamente.

Può evitare una fila. Permettere di parlare con qualcuno senza spostarsi. Ricordare un appuntamento. Far arrivare la spesa a casa. Consentire di consultare un documento o svolgere alcune operazioni senza attraversare la città.

E gli strumenti più recenti possono semplificare ancora di più alcune attività:

  • comandi vocali
  • dispositivi domestici intelligenti
  • e funzioni di accessibilità

permettono in alcuni casi di compiere azioni che altrimenti richiederebbero l’aiuto di un’altra persona.

Naturalmente la tecnologia non è la risposta a tutto. Deve essere semplice, comprensibile e soprattutto utile.

Ma quando funziona bene, accade qualcosa di interessante: diventa autonomia.

Aiutare senza togliere il volante

Questo tema riguarda anche figli, nipoti e persone vicine.

Quando vogliamo bene a qualcuno, proteggerlo viene naturale. E quando ci accorgiamo che qualcosa è diventato più difficile, la tentazione è spesso quella di intervenire.

“Lascia, faccio io.”

Detto una volta è una gentilezza.

Detto sempre può diventare qualcos’altro.

Aiutare una persona non dovrebbe significare sostituirsi automaticamente a lei. Quando possibile, significa renderle più semplice continuare a scegliere e partecipare.

C’è una grande differenza tra decidere per qualcuno e decidere insieme a qualcuno.

Anche quando alcune capacità cambiano, poter esprimere preferenze, mantenere abitudini, partecipare alle decisioni quotidiane e sentirsi ascoltati continua ad avere un valore enorme.

Forse la metafora giusta è questa: aiutare non significa prendere il volante, ma rendere il viaggio possibile.

Prepararsi prima significa scegliere di più dopo

Parlare di perdita di autonomia quando ci si sente ancora perfettamente autonomi può sembrare prematuro.

In realtà potrebbe essere proprio quello il momento migliore per farlo.

Perché quando non c’è un’urgenza possiamo scegliere con maggiore libertà.

Possiamo chiederci se la casa in cui viviamo sarà pratica anche tra qualche anno. Possiamo familiarizzare con strumenti digitali che potrebbero tornarci utili. Possiamo parlare con le persone vicine di ciò che desideriamo. Possiamo organizzare meglio risorse, documenti e attività quotidiane.

Non significa vivere preoccupati per quello che potrebbe succedere, ma solo evitare che siano le circostanze, un giorno, a scegliere completamente al posto nostro.

Da “faccio da me” a “decido io”

Forse, allora, dovremmo cambiare il modo in cui pensiamo all’autonomia.

A vent’anni può voler dire andare ovunque senza chiedere niente a nessuno.

Più avanti potrebbe significare sapere quando chiedere una mano, scegliere a chi chiederla e utilizzare bene tutto ciò che abbiamo a disposizione per continuare a vivere secondo le nostre preferenze.

Non c’è niente di strano in questo.

Del resto, nessuno di noi è davvero completamente indipendente. Per tutta la vita ci affidiamo agli altri: professionisti, amici, familiari, colleghi, servizi, comunità.

L’autonomia non è assenza di aiuto.

È poter avere voce sulla propria vita anche quando quell’aiuto diventa necessario.

Ed è forse questa la domanda più utile da portarci dietro con il passare degli anni.

Non:

“Riuscirò sempre a fare tutto da me?”

Ma:

“Cosa posso fare oggi per continuare a scegliere domani?”

Di autonomia, cambiamenti, relazioni e delle tante piccole e grandi scelte che accompagnano questa fase della vita parliamo anche in Vivere la pensione al 100% di Andrea Di Vincenzo.

Un libro che, attraverso storie ed esperienze quotidiane, invita a guardare alla pensione non come a un tempo che progressivamente si restringe, ma come a una fase da organizzare, conoscere e soprattutto continuare a vivere da protagonisti.

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