C’è un piccolo paradosso nella parola social. La associamo immediatamente a Facebook, Instagram, WhatsApp e alle altre piattaforme digitali, quando essere “social” significa prima di tutto avere relazioni. Una telefonata, una passeggiata, un caffè, una cena, una partita a carte, una gita organizzata all’ultimo momento. Ed è proprio qui che la tecnologia diventa interessante: quando riesce a portarci davvero verso le persone. Scopri di più.
Quanti anni hai?
La nuova piazza è anche digitale
Un tempo gran parte delle relazioni nasceva dalla vicinanza: il quartiere, il bar, il mercato, il circolo, gli amici degli amici. Tutto questo continua a esistere, ma oggi abbiamo una piazza in più: quella digitale.
Per chi è in pensione:
- gruppi Facebook di quartiere
- chat WhatsApp
- e community dedicate a passeggiate, libri, cinema, viaggi, ballo, volontariato o semplicemente alla voglia di stare insieme
possono trasformarsi in veri punti di aggregazione.
Un’opportunità particolarmente preziosa nelle grandi città, dove le occasioni sono moltissime ma, paradossalmente, può essere più difficile incontrarsi.
Magari hai voglia di visitare una mostra, fare una passeggiata o partecipare a una gita, ma le persone che conosci hanno altri programmi. Attraverso un gruppo online puoi scoprire che, a poche fermate da casa, qualcuno sta organizzando proprio quell’attività.
Il digitale non sostituisce la socialità
E c’è un altro aspetto interessante.
Durante la vita lavorativa incontriamo molte persone perché dobbiamo trovarci nello stesso luogo. In pensione possiamo permetterci di frequentarle perché ci piace fare le stesse cose.
Una passione per il trekking può diventare un gruppo di escursionisti. L’amore per i libri un circolo di lettura. La curiosità per la propria città una domenica trascorsa a scoprirne angoli sconosciuti.
A volte una nuova amicizia può cominciare nel modo meno poetico possibile: con una notifica.
Non sarà romantico, ma funziona.

Le distanze diventano un po’ più corte
La tecnologia, però, non serve soltanto a creare nuovi legami. Può aiutarci soprattutto a non perdere quelli che abbiamo già.
Una fotografia mandata ai nipoti, il vocale di un vecchio collega, una videochiamata con un’amica lontana. Persino il gruppo di famiglia che, tra fotografie e interminabili catene del buongiorno, ci ricorda che qualcuno ci sta pensando.
Sono piccoli gesti, ma nella quotidianità possono fare una grande differenza.
Soprattutto quando figli, nipoti e amici vivono lontano, smartphone e connessione permettono di continuare a partecipare, almeno in parte, alle rispettive giornate. Non sostituiscono un abbraccio, naturalmente. Ma tra un abbraccio e l’altro può esserci una videochiamata.
La tecnologia non elimina i chilometri. Li rende un po’ meno ingombranti.
Quando la porta diventa una stanza
Sarebbe però ingenuo raccontare i social come un luogo sempre positivo.
Un video tira l’altro, una notifica interrompe ciò che stavamo facendo e può capitare di entrare “solo per cinque minuti” e riemergere molto più tardi.
Il confine da tenere presente è proprio questo: il problema comincia quando il social smette di essere una porta e diventa una stanza in cui ci chiudiamo.
Guardare fotografie di viaggi non significa viaggiare. Avere centinaia di contatti non significa avere centinaia di amici. E mettere un “mi piace” non sempre vale quanto una telefonata.
A questo si aggiungono:
- informazioni false
- tentativi di truffa
- discussioni aggressive
- e il rischio di confrontare la nostra vita quotidiana con la vetrina, accuratamente selezionata, della vita degli altri.
Ma non per questo dobbiamo demonizzare la tecnologia. Dobbiamo piuttosto imparare a guidarla.
Cosa ci dice la ricerca
Uno studio pubblicato nel 2025 sull’European Journal of Public Health, basato su oltre 68.000 persone dai 65 anni in su in 28 Paesi, ha rilevato un’associazione tra l’utilizzo di Internet, una maggiore integrazione sociale e livelli più bassi di solitudine e sintomi depressivi.
Un risultato che non significa, naturalmente, che basti uno smartphone per sconfiggere la solitudine.
Una recente revisione sistematica su 79 studi sottolinea infatti un punto ancora più interessante: gli interventi che combinano strumenti tecnologici e occasioni di socialità nel mondo reale mostrano risultati promettenti contro solitudine e isolamento.
In altre parole, sembra esserci una differenza importante tra stare online ed essere in relazione online.
Ed è esattamente qui che i social possono mostrare il loro lato migliore.
La regola del “Ci vediamo?”
Per capire se stiamo usando bene questi strumenti può bastare una domanda molto semplice: dopo una permanenza sui social, sei più vicino o più lontano dagli altri?
Hai scritto a qualcuno che non sentivi da tempo? Hai scoperto un evento? Organizzato un incontro? Trovato persone con cui condividere una passione?
Oppure hai trascorso un’ora a osservare la vita degli altri?
Il social migliore, paradossalmente, potrebbe essere proprio quello che a un certo punto riesce a farci chiudere il social.
Perché abbiamo trovato qualcuno con cui prendere un caffè.
Essere digitalmente curiosi dopo i 65 anni, allora, non significa inseguire ogni nuova moda o imparare a usare qualsiasi piattaforma. Significa semplicemente aggiungere possibilità alla propria vita: comunicare, informarsi, partecipare, ritrovare persone e magari conoscerne di nuove.
La pensione, del resto, non deve coincidere con una progressiva riduzione del proprio mondo. Può essere l’occasione per ridisegnarlo, recuperando vecchie amicizie, coltivando quelle importanti e lasciando spazio a nuovi incontri.
I social possono dare una mano, purché rimangano ciò che dovrebbero essere: non sostituti delle relazioni, ma ponti verso le relazioni.
Perché possiamo avere lo smartphone più moderno del mondo, una connessione velocissima e centinaia di contatti.
Ma alla fine la domanda importante rimane sorprendentemente analogica:
“Ci vediamo?”
E se un piccolo schermo riesce ad aiutarci a pronunciarla più spesso, allora forse vale davvero la pena imparare a usarlo.
Di questo e di tanti altri aspetti che rendono la pensione una fase tutta da vivere al meglio parliamo in Vivere la pensione al 100% di Andrea Di Vincenzo: un libro pensato per accompagnarti tra nuove abitudini, relazioni, benessere e scelte quotidiane, con uno sguardo concreto e positivo sul tempo che hai davanti.



