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Salario minimo in Italia: perché il governo ha scelto il “salario giusto”

Il decreto-legge n. 62 del 30 aprile 2026, entrato in vigore il 1° maggio 2026, stanzia 964 milioni di euro tra il 2026 e il 2028 per incentivare le assunzioni stabili. Ma non introduce ciò che le opposizioni chiedevano da anni: una soglia salariale minima fissata per legge. Vediamo cosa cambia davvero per stipendi, contratti e lavoratori delle piattaforme digitali.

Salario giusto o salario minimo: la differenza che conta

Il salario minimo legale è una soglia inderogabile sotto la quale nessun contratto può scendere: lo hanno adottato 22 dei 27 Paesi dell’Unione europea.

Il salario giusto introdotto dal decreto è invece il trattamento economico complessivo (minimo tabellare, tredicesima, quattordicesima, premi e altri elementi) stabilito dai contratti collettivi firmati da Cgil, Cisl, Uil e dalle principali associazioni datoriali. Con questa scelta, l’Italia resta tra i cinque Paesi UE, insieme a Danimarca, Austria, Finlandia e Svezia, che affidano la protezione salariale alla sola contrattazione collettiva.

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Per chi è già sottopagato non cambia nulla

Secondo i dati ISTAT, oltre 2,3 milioni di lavoratori italiani (il 10,2% degli occupati tra i 18 e i 64 anni) sono a rischio povertà lavorativa, e per tutti loro la busta paga non cambia di un euro.

L’unica strada resta quella del ricorso al giudice, basato sull’art. 36 della Costituzione, che impone retribuzioni “proporzionate e sufficienti”: la Cassazione nel 2023 ha confermato che il giudice può imporre uno stipendio più alto, ma si tratta di un percorso individuale, lungo e costoso.

964 milioni di euro: a chi vanno davvero

Se per i lavoratori già occupati non arrivano aumenti, per chi cerca lavoro qualcosa si muove davvero.

I 964 milioni di euro stanziati dal decreto tra il 2026 e il 2028, infatti, non finiscono nelle buste paga ma vanno alle aziende, sotto forma di sgravi contributivi sulle nuove assunzioni.

Le imprese che assumono giovani under 35 disoccupati da almeno 24 mesi risparmiano fino a 500 euro al mese (650 al Sud) per due anni.

Chi assume donne disoccupate da almeno 12 mesi può arrivare a un risparmio di 800 euro al mese nelle Zone economiche speciali del Mezzogiorno.

Sono previsti incentivi anche per la trasformazione dei contratti a termine in contratti a tempo indeterminato. C’è però una condizione obbligatoria: per accedere agli incentivi l’azienda deve applicare un contratto collettivo firmato dai sindacati più rappresentativi.

I “contratti pirata” restano legali

Proprio qui si capisce la logica del decreto. Lo Stato non impone un minimo per legge, ma usa i soldi pubblici come leva: chi rispetta i contratti standard ottiene gli sgravi, chi applica accordi peggiorativi resta escluso.

È un meccanismo che però non vieta nulla. I cosiddetti “contratti pirata”, quegli accordi firmati da sigle sindacali poco rappresentative che spesso prevedono stipendi più bassi della media, restano perfettamente legali: chi li applica perde solo il diritto agli incentivi, ma può continuare a usarli.

Per chi oggi lavora con un contratto di questo tipo, quindi, ancora una volta non cambia nulla in automatico.

Un piccolo anticipo per chi ha il contratto scaduto

Una piccola novità in busta paga, in realtà, c’è, ma riguarda solo una parte dei lavoratori.

Se il contratto collettivo del tuo settore è scaduto da più di 12 mesi senza rinnovo, da ora il datore di lavoro deve versarti il 30% dell’indice IPCA (l’indice dei prezzi al consumo) come anticipo sui futuri aumenti. È una cifra modesta, ma è automatica e non richiede alcuna azione da parte del lavoratore.

Rider e piattaforme digitali: ora sono presunti dipendenti

L’ultimo capitolo riguarda chi lavora con le piattaforme digitali, dai rider ai fattorini agli autisti.

Per loro il decreto introduce una novità di sostanza: se la piattaforma controlla turni, valutazioni o compensi attraverso un algoritmo, il rapporto si presume subordinato, cioè equiparato a quello di un dipendente.

Sarà la piattaforma a dover dimostrare il contrario, non il lavoratore. Le piattaforme dovranno inoltre rendere trasparente il funzionamento dei propri algoritmi e garantire una revisione umana delle decisioni automatizzate.

Resta però fuori un tema fondamentale: le tariffe. Il decreto non interviene su quanto i rider guadagnano per ogni consegna.

Il quadro complessivo

Tirando le somme, il quadro è chiaro: il decreto rafforza chi entra ora nel mondo del lavoro e cerca un contratto stabile, soprattutto se è giovane, donna o vive nel Mezzogiorno.

Non offre invece strumenti automatici a chi è già occupato con uno stipendio insufficiente.

Il testo deve ora essere convertito in legge entro il 29 giugno 2026, e in quella fase potrebbero rientrare alcune misure stralciate, come la retroattività degli aumenti contrattuali. Per il momento, chi sperava in un salario minimo dovrà continuare ad aspettare.

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